Le città avevano perso i confini e i nomi, non c’erano frontiere da proteggere, perché tutto era regolato dai consumi. Il potere era sovranazionale e si misurava con la capacità di offrire servizi e in segmenti di clientela. Come oggi valgono di più i like, in quel tempo contava di più chi aveva più clienti che utilizzavano la loro moneta privata. Per imporre le proprie valute, le aziende ricorrevano a vari stratagemmi basati sia sulla concorrenza tra gruppi commerciali, sia riservando offerte e prodotti esclusivamente riservati ai propri dipendenti. Questi si trovavano sui gradini più bassi della catena produttiva, laddove lo sviluppo della robotica non giustificava investimenti significativi perché non era richiesta particolare efficienza ed il costo della manodopera era sufficientemente basso da non incidere sul prezzo delle merci. Dunque ciascuno aveva la propria tessera per gli acquisti nella specifica valuta; ovvero di uno specifico gruppo aziendale.

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I più ricchi, cioè quelli che possedevano più tessere per i consumi, marchiate da differenti aziende, avevano la capacità di consumare presso più brand. E dato che con la medesima tessera ci si poteva spostavare sui mezzi di trasporto ed andare più o meno distante, essere ricchi significava potersi muovere più liberamente e viaggiare. La geografia si esprimeva sugli assi cartesiani in base a coordinate. Dunque i tribunali erano stati sgravati dall’onere di difendere assurdi ed obsoleti diritti. Si occupavano di gestire le beghe contrattuali e le giurisdizioni dei vari poteri commerciali. Complessi algoritmi avevano sostituito giudici e corti. Gli esiti delle cause erano decisi con complessi calcoli svolti da altre macchine che emettevano giudizi tanto rapidi quanto precisi da non essere appellabili, perché matematicamente corretti. Del resto contratti erano smart, ovvero basati sulla blockchain, un sistema decentralizzato e autogestito dietro cui non vi era alcuna manipolazione dell’uomo, quindi facilmente gestibili anche sotto il profilo giuridico. Le macchine erano al centro di tutto In quel mondo avevano fatto una perfetta pulizia di tutta la burocrazia. Una volta le chiamavano riforme. Insomma tutto era automatizzato e perpetuo, poiché, come le pareti dei palazzi erano state progettate per mantenere costante il punto di colore stabilito da un algoritmo cui spettava il rispetto delle norme sulle corrette gradazioni di colori, armoniosamente coordinate tra di loro, così la legge si applicava in maniera automatica saltando i vecchi processi. Grazie all’algoritmo giusto. Tutto era immutabile, costante e rassicurante. Un mondo ideale. Senza la fatica del lavoro, senza il tedio degli ignoranti che votavano male. Senza il tedio degli istruiti che votavano anche peggio. Anche il programma politico-organizzativo era stato ceduto all’efficienza dei calcoli svolti dagli algoritmi. Credevano che fossero state le macchine a togliergli la democrazia, il lavoro, la libertà, il potere. Invece era solo successo che, attraverso le generazioni avevano perso la memoria del fatto che le macchine non gestivano il potere. Il potere lo avevano quei pochi che quelle macchine le possedevano. Gli stessi a cui i loro progenitori avevano consegnato le vite (convinti che anche dietro alla blockchain davvero non ci fossero sempre loro), in cambio, non della libertà, ma del diritto alla sussistenza.

Sorgente: Il reddito minimo garantito nel nuovo mondo è una cessione di sovranità alle macchine?

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